L'Osteria della Gallina di Langhirano

Ermes Ravanetti, detto il “Morò”, iniziò a fare l'oste, come amava ricordare ai suoi figli e agli amici più cari, il giorno di Natale del '60. E proprio il figlio Luigi ripercorre  a distanza di tanti anni  i tratti salienti di una vita intera, quella del padre, vissuta in una tale pienezza da fare di lui un personaggio a tutti gli effetti.

“Dopo un'infanzia e una giovinezza trascorsi a lavorare i campi, in collina a Faviano Superiore-ricorda Luigi- mio padre  realizzò che era venuto il momento di trasferirsi a Langhirano. Così, con la madre ed i fratelli, acquistò dalla zia Oliva, la proprietaria di allora, la storica osteria 'della gallina',davanti alla Chiesa del paese”.

La passione per i fornelli era maturata a partire dalla tenerissima età di sei anni per la necessità di aiutare la mamma , rimasta vedova, ad accudire i fratellini più piccoli. Quegli stessi piatti caserecci cucinati in casa per tanti anni li proponeva all'interno della sua osteria, con la cura e gli  accorgimenti di sempre.

Il suo compito in particolare era quello di mettere mano ai piatti più impegnativi a base di carne, che richiedevano lunghe preparazioni e anche prestanza fisica. Attese e acclamate dai buongustai di tutta la Val Parma erano le cene dedicate alla lepre alla cacciatora.
“Si diceva – prosegue il figlio- che fosse la più saporita, la più profumata, la più aromatica "cacciatora" dei dintorni, forse per via di qualche ingrediente più o meno segreto, o forse semplicemente perché le verdure che utilizzava per insaporirne la carne altro non erano che quelle del suo orto, freschissime e genuine. Mio padre abbondava anche nell'utilizzo delle spezie, conferendo a questo piatto un sapore marcato e  unico.”

trippa alla parmigiana

E che dire dei giovedì della "busecca alla parmigiana”?
“Non posso dimenticare - prosegue il figlio-  la particolare cura nella preparazione di questo piatto. Il lungo e scrupoloso procedimento  iniziava  la mattina del mercoledì, con la consegna della carne da parte del macellaio di fiducia.  
E, si noti il dettaglio, busecca, non trippa. Che non è un dettaglio da poco. Perché la trippa è di manzo, la busecca è di vitello e quindi più tenera.
Quindi, nel primo pomeriggio, vi era la fase della pulizia. Con un coltello perfettamente affilato, Ermes rimuoveva le impurità e levigava la scorza della busecca. Successivamente, dopo un ulteriore fase di pulizia sotto acqua corrente, si passava alla cottura a fuoco lento, per il resto del pomeriggio, in un pentolone con acqua salata e con qualche foglia di salvia. Al termine della cottura Ermes procedeva al taglio in listarelle della busecca. Quindi la metteva a marinare per una notte negli aromi profumati e saporiti delle verdure del suo orto. Il giorno dopo, il giovedì, non rimaneva altro che cuocere il tutto aggiungendo generose mestolate di brodo di carne.
Verso le 10 la busecca alla parmigiana era pronta. Da quel momento iniziava la processione di clienti. Chi se la mangiava in trattoria accompagnata da un buon bicchiere di lambrusco o gutturnio, chi se la portava a casa per poterla gustare, magari alla sera, riscaldata”.
Il Morò era protagonista incontrastato dei momenti di colore dell'osteria, sempre pronto ad accogliere e arricchire chiunque della sua vitalità, col carisma proprio di chi riesce a riunire intorno a sé l'intera comunità di un paese.
La moglie Arduina dal canto suo, con l'intelligente dedizione che solo le donne di un tempo sapevano avere nei confronti del proprio uomo, teneva ben strette le redini della quotidianità, dedicandosi ai primi piatti e alle torte dolci in particolare. Indimenticabili le paste ripiene, i tortelli di ricotta e quelli di patate, il risotto ai funghi porcini, la crostata di marmellata, la torta macchiata, la torta di rhum e amaretti della tradizione dell'appennino cornigliese, luogo di provenienza di Arduina,
Due scuole di cucina, quelle del Morò e di Arduina, che si integravano in modo armonico.  Un equilibrio raggiunto grazie a una divisione dei compiti che si era delineata in modo naturale. Un  apporto indispensabile proveniva da entrambi:  rassicurante ed equilibrato quello della moglie, l'economa dell'osteria, più esplosivo e compagnone quello del marito.
Un locale così ricco di storia merita di sopravvivere ai nuovi modelli e modi di fare ristorazione.  E' quanto la moglie deve avere pensato quando nel 2002 con ostinazione ha deciso di proseguire, suo malgrado da sola, l'attività. Dal 2009 la figlia Annarita, insieme al marito Gianluca,  ha preso il timone del locale, per proseguire lungo il solco di una tradizione, famigliare innanzitutto, nel nome di un padre che l'intero paese di Langhirano non ha  mai dimenticato e di una madre che  ha ha saputo sostenere il consorte e le sue scelte, con amore.
E quando emergono valori così solidi e radicati è il caso di dire: “che la tradizione continui!”

Simona Vitali